Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa proveniente da LetiziaPress

15 aprile 2021

Si torna a parlare di ecomafia, stando alle ultime vicende che vedono confiscata un’azienda leader indiscussa nello stoccaggio e smaltimento di rifiuti nella Valle Aniene, con l’accusa di traffico illecito di rifiuti.

Tutto inizia nel 2016, in seguito a un’operazione di polizia locale che ferma alcuni robivecchi con materiale pronto ad essere ceduto ad aziende come la Siderurgica Tiburtina.

Costanzo Di Paolo, ex Presidente VVAA Protezione Civile afferma: “Ancora esiste un traffico di pulisci cantine abusivi che non hanno licenza di trasporto, mentre questa azienda che lavora da 30 anni, viene tolta alla famiglia. Prima la valle dell’Aniene era una valle di lacrime, piena di rifiuti abbandonati. Difenderò fino allo stremo la Siderurgica Tiburtina. Sono testimone del loro modo di lavorare corretto” e conclude: “Se sei troppo ingombrante qualcuno ti vuole scansare”.

Stefano Chiocco, titolare S.T.s.r.l. afferma: “La confisca di un’azienda si fa ai camorristi, non a degli imprenditori che hanno acquistato rottami, li hanno trattati e rivenduti regolarmente”.

Il dubbio vero è relativo alla modifica del Codice di Procedura penale del 1989 che rende segrete le indagini, come spiega Enrico Somma, giornalista e autore de “L’internazionale Mafiosa”.

“Il modello 45 viene abusato, perché consente a un procuratore di archiviare un procedimento, sostenendo che non ci sono reati. Si dichiara che non esistono reati, senza che il GIP ne venga a conoscenza. C’è molta gente che malgrado le assoluzioni, ha ancora la confisca”.

Nella sentenza del 5 novembre 2020 i magistrati si sono espressi con la sentenza a carico di Chiocco Stefano e Zappone Massimo (suo socio), con una condanna a 1 anno, sei mesi e 10 giorni di reclusione, più la confisca delle quote aziendali di circa 3 milioni di euro.

La vicenda coinvolgerebbe interessi ascrivibili alla rete dell’ecomafia. Ne parla Davide Barillari, consigliere regionale Lazio: “La tendenza è di ridurre queste aziende a tante piccole discariche e usarle per il controllo politico e per favorire il business dei rifiuti che ancora c’è nel Lazio. Queste piccole discariche che nascono su siti dismessi, garantiscono la vecchia economia basata sul trattamento, sull’interramento, sulla combustione dei rifiuti e sulla logica che favorisce questi interessi privati.” E continua: “La Corte dei Conti dovrebbe indagare sul perché diamo rifiuti all’estero e paghiamo così tanto per smaltirli, quando potremmo gestirli a livello locale”.

Anche altre aziende come la Menfer di Ardea aperta dal ’94, azienda dedita allo smaltimento e allo stoccaggio di rifiuti, ha avuto una condanna in primo grado per riciclaggio di rifiuti inerti.